Creare la fotocopia di un documento che non esiste non costituisce reato di falso ma può integrare una truffa.

Una persona ti ha assicurato di aver ricevuto un’autorizzazione da parte del Comune e, per convincerti di ciò, ti ha esibito una fotocopia del relativo certificato. Apparendo il documento del tutto credibile – c’erano gli stemmi dell’amministrazione, il nome del dirigente responsabile del procedimento, gli estremi delle leggi, i vari “considerato” e il linguaggio usato era quello “burocratese” – non hai ritenuto di dover chiedere l’originale; fidandoti della fotocopia, hai così stretto con questi degli accordi commerciali. Ti sei insomma sentito rassicurato dal fatto che tale soggetto aveva già ricevuto un previo vaglio di affidabilità da parte dell’amministrazione e non hai ritenuto necessario fare ulteriori investigazioni. Senonché, dopo un po’ di tempo, hai scoperto che quel certificato, in realtà, era un falso, creato appositamente al computer per trarti in inganno. Alcuna autorizzazione il Comune aveva mai rilasciato e l’uomo aveva riprodotto, in modo identico a un originale inesistente, il documento della pubblica amministrazione. Così decidi di denunciarlo per falso. Il colpevole però si difende: a suo dire, non c’è alcun reato di falsificazione nel creare un documento che non esiste. Il falso intanto ha ragione d’essere in quanto ci sia un originale che viene appunto contraffatto. Chi dei due ha ragione? Falsificare la fotocopia di un certificato è reato? La soluzione è stata fornita qualche giorno fa dalla Cassazione [1] con una sentenza che potrebbe lasciarti interdetto.

 

Chi presenta la fotocopia di un documento o anche di un certificato della pubblica amministrazione commette reato? Secondo la Corte il reato di falso scatta solo quando si falsifica il documento in originale, ma non la sua copia. Si legge infatti in sentenza: «non integra il delitto di falsità materiale la condotta di colui che esibisca la falsa fotocopia di un documento (esistente o meno in originale) al fine di conseguire un qualche vantaggio, qualora si tratti di fotocopia esibita ed usata come tale dall’imputato». Infatti, la disciplina sulla falsità materiale è volta a reprimere la contraffazione o l’alterazione dei soli documenti originali, «non anche la condotta di colui che utilizzi le riproduzioni di un documento, quando, per le modalità e le circostanze dell’uso, sia chiaro che si tratti di una fotocopia (comunque realizzata) dallo stesso». La fotocopia è priva dei requisiti di forma e di sostanza capaci di farla sembrare un provvedimento originale o la copia conforme di esso ed è da escludere che sia comunque documentativa dell’esistenza di un atto corrispondente.

 

Non si cada però in equivoci: quando i giudici dicono che una determinata condotta non costituisce uno specifico reato non significa che non possa invece, nello stesso tempo, integrarne un altro, magari meno grave, ma comunque implicante la possibilità di una querela e di un procedimento penale. Così, se la persona che ha creato un documento falso ha utilizzato “artifici e raggiri” per far cadere l’altra persona in errore, e da tale attività ne ha tratto un profitto, commette comunque il reato – altrettanto grave – di truffa [2]. Ecco perché, a volte, è molto importante, quando si procede penalmente contro una persona, inquadrare il capo di imputazione corretto. Un’errata qualificazione della condotta potrebbe infatti portare all’assoluzione di un imputato che, invece, potrebbe essere colpevole di in un delitto altrettanto serio ma per il quale non si è correttamente proceduto.

 
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